Il boato di piazza Tahrir
I manifestanti in festa vogliono capire le trame dei generali
Un moto d’orgoglio del vecchio leone che rifiuta di essere spodestato. Per qualcuno sarebbe questo il motivo dei colpi di scena che hanno portato alle dimissioni di Hosni Mubarak: la notizia è stata anticipata giovedì e ha resistito sino alle dieci di sera, quando il rais ha smentito con un messaggio televisivo. Anche ieri si è parlato per ore della sua fuga a Sharm el Sheikh, ma le voci sono diventate un fatto soltanto nel pomeriggio. E’ stato il vicepresidente, Omar Suleiman, a trasmettere l’annuncio che al Cairo aspettavano da diciotto giorni. “Mubarak si è dimesso e ha passato i poteri al Consiglio supremo delle Forze armate”, ha detto Suleiman alla tv di stato.
22 AGO 20

Un moto d’orgoglio del vecchio leone che rifiuta di essere spodestato. Per qualcuno sarebbe questo il motivo dei colpi di scena che hanno portato alle dimissioni di Hosni Mubarak: la notizia è stata anticipata giovedì e ha resistito sino alle dieci di sera, quando il rais ha smentito con un messaggio televisivo. Anche ieri si è parlato per ore della sua fuga a Sharm el Sheikh, ma le voci sono diventate un fatto soltanto nel pomeriggio. E’ stato il vicepresidente, Omar Suleiman, a trasmettere l’annuncio che al Cairo aspettavano da diciotto giorni. “Mubarak si è dimesso e ha passato i poteri al Consiglio supremo delle Forze armate”, ha detto Suleiman alla tv di stato. Con quei trenta secondi, l’Egitto si è lasciato alle spalle trent’anni di dittatura.
I colpi di scena, tuttavia, non dipendono dall’orgoglio di Mubarak: sono il risultato della battaglia politica che si consuma nei palazzi del potere egiziano dall’inizio della protesta. Giovedì sera, Mubarak ha annunciato che il potere sarebbe passato a Suleiman; ieri pomeriggio, lo stesso Suleiman ha detto che Mubarak ha scelto l’esercito per quel compito. La transizione sarà amministrata dal Consiglio supremo della Difesa, che è diretto dal ministro Hussein Tantawi e dal capo di stato maggiore, Hafez Enan. Tantawi è nato nel 1935, è entrato nell’esercito nel ’56 e guida le Forze armate dal 1995. E’ un veterano delle guerre arabo-israeliane – ha partecipato a quelle del ’56, del ’67 e del ’73 – e ha avuto un ruolo importante nella Prima guerra del Golfo. Sino a pochi mesi fa era considerato un fedelissimo di Mubarak, tanto che si è fatto il suo nome anche per la successione del rais. Le cose, naturalmente, sono cambiate quando gli egiziani hanno deciso di portare avanti a oltranza la loro protesta.
A quel punto, anche i militari hanno cambiato posizione. Mubarak ha cercato di restare al potere sino all’ultimo momento, come dimostrano i messaggi contraddittori giunti dal Cairo negli ultimi due giorni. E’ possibile che, in un primo momento, la conta delle forze in campo avesse dato al rais l’illusione di avere un numero sufficiente di generali dalla propria parte, di poter isolare il Consiglio supremo e di riuscire a salvare la propria reputazione trasferendo i poteri a Suleiman. C’è chi pensa che le pressioni del presidente americano, Barack Obama, abbiano contribuito a cambiare l’equilibrio nelle ore successive. Ma c’è anche chi sostiene che sia stato lo stesso Suleiman ad approfittare del momento per tradire Mubarak e gestire con Tantawi la cacciata del rais. La seconda ipotesi è avallata da una dichiarazione del generale Safwat el Zayat al quotidiano al Ahram. Secondo il rappresentante della Difesa egiziana, il discorso formulato giovedì sera da Mubarak “non aveva il consenso dei militari”. Lo stesso vale per quello, successivo, di Suleiman.
Da queste trame di palazzo è scaturita la scelta di un esilio dignitoso per Mubarak (secondo le ultime notizie si trova con la famiglia nella sua villa fortezza di Sharm el Sheikh, ma i suoi fedelissimi hanno un piano per il trasferimento all’estero), una resa con l’onore delle armi che i generali gli hanno garantito per evitargli l’onta di una fuga alla Ben Ali. E’ interessante notare come la sconfitta di Mubarak coinvolga anche re Abdallah dell’Arabia Saudita. Il monarca ha seccamente respinto le richiesta giunta pochi giorni fa da Barack Obama, che pretendeva le dimissioni immediate del rais, ma ha anche detto ai generali egiziani di esser pronto a versare loro più di quanto Washington faccia ogni anno con i suoi aiuti. In questo modo, i sauditi cercano di prendere il posto degli Stati Uniti.
Con i movimenti compiuti ieri, il Consiglio supremo della Difesa è il massimo organo istituzionale del paese, e avrà ora il compito di sorvegliare la transizione. E’ in una posizione migliore rispetto al governo di Hamid Shafiq e allo stesso Suleiman, il cui vero ruolo sarà chiaro soltanto nei prossimi giorni. La rivolta egiziana presenta una novità assoluta rispetto a qualsiasi altro precedente: le forze di opposizione, Fratelli musulmani inclusi, si sono mostrate incapaci di organizzare un movimento unitario, in grado di imporsi come l’effettivo rappresentante della rivolta. Il movimento di piazza Tahrir, acefalo, ha trovato dunque nel Consiglio supremo della Difesa la propria rappresentanza politica. Questa anomalia è stata confermata dallo stesso Mohammed ElBaradei, che ha esplicitamente chiesto l’intervento dei generali dopo il discorso di Mubarak di giovedì notte. Il premio Nobel per la Pace ha detto ieri che non sogna di diventare presidente, mentre Amr Moussa ha lasciato l’incarico di segretario alla Lega araba e appare oggi come il candidato più credibili alle prossime elezioni. Il quadro dovrebbe farsi più chiaro nei prossimi giorni, a patto che i manifestanti accettino di lasciare piazza Tahrir. In caso contrario, i soldati si potrebbero trasformare da garanti in macellai – lo stesso ruolo che hanno ricoperto per trent’anni sotto la guida di Mubarak. E si avrà anche la verifica del lavoro svolto negli anni passati da Omar Suleiman. Durante il periodo alla guida dei servizi segreti, il vicepresidente ha impedito che le Forze armate avessero islamisti fra gli ufficiali: la fedeltà dell’esercito sarà decisiva nella fase di transizione.
I colpi di scena, tuttavia, non dipendono dall’orgoglio di Mubarak: sono il risultato della battaglia politica che si consuma nei palazzi del potere egiziano dall’inizio della protesta. Giovedì sera, Mubarak ha annunciato che il potere sarebbe passato a Suleiman; ieri pomeriggio, lo stesso Suleiman ha detto che Mubarak ha scelto l’esercito per quel compito. La transizione sarà amministrata dal Consiglio supremo della Difesa, che è diretto dal ministro Hussein Tantawi e dal capo di stato maggiore, Hafez Enan. Tantawi è nato nel 1935, è entrato nell’esercito nel ’56 e guida le Forze armate dal 1995. E’ un veterano delle guerre arabo-israeliane – ha partecipato a quelle del ’56, del ’67 e del ’73 – e ha avuto un ruolo importante nella Prima guerra del Golfo. Sino a pochi mesi fa era considerato un fedelissimo di Mubarak, tanto che si è fatto il suo nome anche per la successione del rais. Le cose, naturalmente, sono cambiate quando gli egiziani hanno deciso di portare avanti a oltranza la loro protesta.
A quel punto, anche i militari hanno cambiato posizione. Mubarak ha cercato di restare al potere sino all’ultimo momento, come dimostrano i messaggi contraddittori giunti dal Cairo negli ultimi due giorni. E’ possibile che, in un primo momento, la conta delle forze in campo avesse dato al rais l’illusione di avere un numero sufficiente di generali dalla propria parte, di poter isolare il Consiglio supremo e di riuscire a salvare la propria reputazione trasferendo i poteri a Suleiman. C’è chi pensa che le pressioni del presidente americano, Barack Obama, abbiano contribuito a cambiare l’equilibrio nelle ore successive. Ma c’è anche chi sostiene che sia stato lo stesso Suleiman ad approfittare del momento per tradire Mubarak e gestire con Tantawi la cacciata del rais. La seconda ipotesi è avallata da una dichiarazione del generale Safwat el Zayat al quotidiano al Ahram. Secondo il rappresentante della Difesa egiziana, il discorso formulato giovedì sera da Mubarak “non aveva il consenso dei militari”. Lo stesso vale per quello, successivo, di Suleiman.
Da queste trame di palazzo è scaturita la scelta di un esilio dignitoso per Mubarak (secondo le ultime notizie si trova con la famiglia nella sua villa fortezza di Sharm el Sheikh, ma i suoi fedelissimi hanno un piano per il trasferimento all’estero), una resa con l’onore delle armi che i generali gli hanno garantito per evitargli l’onta di una fuga alla Ben Ali. E’ interessante notare come la sconfitta di Mubarak coinvolga anche re Abdallah dell’Arabia Saudita. Il monarca ha seccamente respinto le richiesta giunta pochi giorni fa da Barack Obama, che pretendeva le dimissioni immediate del rais, ma ha anche detto ai generali egiziani di esser pronto a versare loro più di quanto Washington faccia ogni anno con i suoi aiuti. In questo modo, i sauditi cercano di prendere il posto degli Stati Uniti.
Con i movimenti compiuti ieri, il Consiglio supremo della Difesa è il massimo organo istituzionale del paese, e avrà ora il compito di sorvegliare la transizione. E’ in una posizione migliore rispetto al governo di Hamid Shafiq e allo stesso Suleiman, il cui vero ruolo sarà chiaro soltanto nei prossimi giorni. La rivolta egiziana presenta una novità assoluta rispetto a qualsiasi altro precedente: le forze di opposizione, Fratelli musulmani inclusi, si sono mostrate incapaci di organizzare un movimento unitario, in grado di imporsi come l’effettivo rappresentante della rivolta. Il movimento di piazza Tahrir, acefalo, ha trovato dunque nel Consiglio supremo della Difesa la propria rappresentanza politica. Questa anomalia è stata confermata dallo stesso Mohammed ElBaradei, che ha esplicitamente chiesto l’intervento dei generali dopo il discorso di Mubarak di giovedì notte. Il premio Nobel per la Pace ha detto ieri che non sogna di diventare presidente, mentre Amr Moussa ha lasciato l’incarico di segretario alla Lega araba e appare oggi come il candidato più credibili alle prossime elezioni. Il quadro dovrebbe farsi più chiaro nei prossimi giorni, a patto che i manifestanti accettino di lasciare piazza Tahrir. In caso contrario, i soldati si potrebbero trasformare da garanti in macellai – lo stesso ruolo che hanno ricoperto per trent’anni sotto la guida di Mubarak. E si avrà anche la verifica del lavoro svolto negli anni passati da Omar Suleiman. Durante il periodo alla guida dei servizi segreti, il vicepresidente ha impedito che le Forze armate avessero islamisti fra gli ufficiali: la fedeltà dell’esercito sarà decisiva nella fase di transizione.